Intervista al tatuatore veneto che disegna sulla pelle altrui da venticinque anni ed ha realizzato le due locandine delle prossime tattoo convention in quel di Leeds.
Davide, quest’anno hai festeggiato le nozze d’argento con la tattoo art (2001-2026). Quali le differenze più clamorose, social network a parte, tra l’ieri e l’oggi?
Sì, sono già passati venticinque anni e, sinceramente, non avevo nemmeno fatto caso all’abbinamento con le nozze d’argento! (ride) La differenza più clamorosa? Oggi sono molto più bravo di quando ho cominciato! (ride ancora) In mezzo, però, ci sono venticinque anni di completa dedizione al lavoro, tanta fatica ed una vita passata a fare questo mestiere (IG: @dap_skingdomtattoo).

Sono sempre stato un leone veneziano che cammina da solo, un self-made man in tutto e per tutto. I social media hanno cambiato tantissimo il modo di comunicare e di mostrare il tatuaggio, ma alla fine una cosa è rimasta identica: devi saper tatuare. E quello non lo puoi di certo costruire con Instagram.

Mi racconti quando è avvenuto l’incontro tra la tua anima e il Traditional?
Il mio incontro con il tatuaggio Traditional risale addirittura a quand’ero bambino. Quando andavo alla diga e vedevo i sommozzatori che andavano a pescare i granchi. Avevano sulla pelle quelle macchie blu che, per me, erano semplicemente le cose più fighe del mondo: velieri, ancore, sirene con il seno in bella vista, insomma il tatuaggio vero! Quella roba mi è sempre piaciuta.

Poi, essendo amante della tradizione ma anche del fare le cose a modo mio, ho cercato fin dall’inizio di spingere il mio Traditional verso una dimensione più “custom”, provando così a di differenziarmi. Credo di aver raggiunto un buon risultato quando un mio cliente mi dice: “Sai che l’altro giorno uno ha visto il tatuaggio e mi fa: questo per me te l’ha fatto Dap!”. Ecco, quello per me vale tantissimo.
Significa che il tatuaggio ha una firma riconoscibile anche senza bisogno di leggere il nome dell’autore.

Il tuo non è solo Traditional: è un vero e proprio impatto. La saturazione del colore, il bold del nero, la scelta dei vari soggetti, le sfumature, la pulizia dell’opera. Tutto in te trasuda Traditional al 100%. Quanto ti c’è voluto per maneggiarlo con una tale maestria?
Ti rispondo nello stesso identico in cui risponderei ai miei clienti: è una tecnica che ho imparato in venticinque anni di lavoro! (ride) Amo molto le stagioni invernali e spesso prendo ispirazione proprio dai colori dell’autunno: quei toni sporchi, profondi, caldi, che secondo me funzionano benissimo sul tatuaggio. Ma al di là del colore, per me ci sono alcune cose che non possono mancare: la saturazione, la pulizia, la solidità e la leggibilità. Un tatuaggio deve essere bello appena fatto, ma soprattutto deve avere senso anche dopo tanti anni.

Veniamo al tuo motto che non ammette equivoci: “No trends, just real tattoos”. Appurato che i “real tattoos” sono il bene, cosa c’è che non ti convince a livello di trend nel 2026?
Guarda, qui ci sarebbe da scrivere un libro, ma mi limito a dirvene una. A livello di trend, in pieno 2026, ciò che faccio più fatica a comprendere è una certa parte delle nuove leve del tatuaggio. Con i social sembra che si sia bruciato tutto molto velocemente: oggi sembra quasi di stare in un circo.
C’è gente disposta a fare qualsiasi cosa pur di vendersi, tranne una: dedicarsi davvero al mestiere.
Io sono cresciuto con una certa idea: testa bassa, disegnare, studiare, tatuare e cercare di migliorarsi ogni singolo giorno. E anche con una vasta gratitudine verso i tatuatori che hanno costruito quello che oggi abbiamo. Il problema, secondo me, è che a molti oggi piace essere tatuatori di facciata: il personaggio, la parte bella, quella più comoda. Ma fare il tatuatore come si deve è un’altra cosa. E forse è proprio per questo che il mio motto è diventato: “No trends, just real tattoos”.

Parlami del tuo studio, ovvero lo ‘Skingdom Tattoo’ di Volpago del Montello, vicino a Treviso. Anch’esso, col tempo, è cresciuto assieme al suo proprietario?
‘Skingdom Tattoo’ (IG: @skingdomtattoo) nasce nel 2001 a Venezia, in pieno centro storico, vicino al famoso Casinò. È stato il primo studio di tatuaggi “certificato” dell’isola e l’ho portato avanti fino alla fine del 2011. Nel 2012 mi sono trasferito a Mogliano Veneto, dove sono rimasto per altri dodici anni. Poi, insieme a mia moglie Michi, abbiamo scelto Volpago del Montello.

È un posto tranquillo sempre nel trevigiano, fuori dal caos della città e vicino a casa. Abbiamo scelto volutamente di non inseguire per forza la posizione centrale perché ‘Skingdom Tattoo’ vale davvero il viaggio. Non siamo in centro e non dobbiamo esserlo. Chi viene da noi viene per il lavoro, per il tatuaggio e per quello che rappresentiamo. Alla fine è anche questo il senso del nome: “Skin” più “Kingdom”. Vale a dire: il regno sulla pelle.

Mi sveli cosa hai segnato in agenda per i prossimi mesi?
Il prossimo anno sarò sicuramente alle due convention di Leeds (IG: @leedstattooexpo ; IG: @handofgloryproject), dove ho avuto l’onore di disegnare la locandina, anzi, le due locandine del 2027 (la prima convention – la ‘Leeds Tattoo Expo’ – è in programma a giugno, la seconda – ‘Hand of Glory’ – ad ottobre, sempre nel 2027. Ndr). E poi la Scozia.

Vale a dire la ‘Scottish Tattoo Convention’ ad Edimburgo (IG: @scottishtattooconvention), che io e mia moglie Michi amiamo alla follia. Allo stesso tempo mi piacerebbe tantissimo ampliare anche il numero delle mie tattoo convention nel Nord Europa. Per quanto riguarda le guest, invece, non credo che al momento ne farò molte. Ho ancora tantissimo da fare nel mio studio e, lavorando praticamente da solo, non è semplice trovare persone di cui fidarsi davvero per costruire una collaborazione.
Per me il lavoro viene prima di tutto.

E le tue ultime parole famose sono… ?
Mi fermi solo se mi spari! (ride)








