Il tatuatore milanese, maestro del Tribale, ha celebrato un anniversario importante donandosi un lungo viaggio in Polinesia dove ha familiarizzato con un’antica tecnica dei Tafuga.
Marco, credo che il modo migliore per introdurre questa nostra intervista sia consigliare al lettore di vedere il tuo bellissimo documentario ‘30 Years Tattooing’ (disponibile qui sotto) dove, oltre a raccontare te stesso, celebri anche una filosofia ed uno stile di vita totalmente connesso con la tattoo art. Come ti è venuta l’idea e chi ti ha aiutato a realizzarlo?
L’idea è nata in occasione dei miei primi venticinque anni di tatuaggio. Per festeggiare avevo invitato solo persone tatuate da me (non mi piace chiamarle “clienti”) e in quell’occasione mi sono reso conto che molti di loro erano interessati a conoscere la mia storia, i miei lunghi viaggi nel Pacifico e il percorso umano e professionale che ne è derivato.

Ho quindi pensato di raccontare tutto questo in un piccolo documentario e per farlo mi sono affidato ad un videomaker professionista. È stato un lavoro intenso: nottate intere passate a rivedere foto e video legati a trent’anni di tatuaggi e viaggi, una vera e propria caccia al materiale più datato. Confesso di aver “maledetto” i primi anni, forse i più belli e nostalgici, ma durante i quali, non esistendo i cellulari e non avendo mai con me una macchina fotografica, non ho potuto immortalare momenti che oggi sarebbero stati materiale preziosissimo.
Credi che i sacrifici svolti per buona parte della tua vita (vita nella quale non hai fatto solo il tatuatore, ma anche l’operaio in una tipografia e il tramviere lungo le strade di Milano) siano stati ricompensati da altri “sacrifici” decisamente più piacevoli? Ovvero imparare l’arte del Tribale sia confrontandoti con i tuoi colleghi occidentali che con gli stessi maestri conosciuti nei tuoi tanti viaggi nell’emisfero Pacifico…
Assolutamente sì. Proprio perché il mio passato non è stato semplice, oggi riesco ad assaporare ogni singolo momento dei miei viaggi con una gratitudine enorme. Ogni volta che mi sveglio in giro per il mondo penso al coraggio che ho avuto, negli anni Novanta, nell’andare contro tutti lasciando un lavoro sicuro per inseguire il mio sogno più grande. Una scelta che mi ha completamente cambiato la vita.
La mia grande passione per i viaggi e il desiderio di libertà sono stati fondamentali.
Mi hanno arricchito profondamente dal punto di vista culturale e mi hanno aperto la mente, permettendomi di crescere non solo come tatuatore, ma soprattutto come uomo.
Di soprannome fai Wallace: credi che già in questa scelta sia insita una tua propensione a non avere confini? Al ragionare con una mente più aperta rispetto a determinati conformismi italiani?
Sì, Wallace è il mio soprannome storico. Me lo diedero gli amici con cui sono cresciuto, sia perché assomigliavo a William Wallace del film ‘Braveheart’ (interpretato da Mel Gibson, anche regista della pellicola. Ndr), per via dei miei capelli lunghi e ricci e anche per il mio tipo di carattere: coraggioso, determinato, leale e con un forte spirito di libertà, proprio come il personaggio portato sullo schermo da Gibson.

Curiosamente, quel film uscì nel 1995, lo stesso anno in cui iniziai a tatuare. Fu poi Tattoo Life, nel 2005, quando pubblicò per la prima volta sulla rivista le foto dei miei tatuaggi, ad affiancare ufficialmente il soprannome al mio nome. Da lì nacque “Marco Wallace”, che decisi di adottare come vero e proprio nome d’arte.

Cosa rappresenta il Tribale nel 2026? Un qualcosa di ancora più solido e necessario rispetto a trent’anni fa? Te lo chiedo perché stiamo vivendo da tanti anni una pericolosa tendenza nella quale l’immagine dei social ha superato la sostanza della cultura (tattoo art compresa)…
Il tatuaggio Tribale mi ha sempre affascinato per la sua storicità. Non è solo una decorazione, ma possiede un linguaggio proprio ed un’origine rituale e spirituale.

È incredibile pensare che disegni creati per il corpo migliaia di anni fa siano ancora oggi esteticamente così perfetti ed armonici da poter essere definiti tatuaggi senza tempo.
Quindi, per me, il tatuaggio Tribale nel 2026 rappresenta esattamente ciò che rappresentava migliaia di anni fa.
Un rituale che permette di imprimere sulla pelle un concetto profondo per tutta la vita, e che concede, a chi riceve il tatuaggio, di guadagnarselo attraverso sofferenza e coraggio. Purtroppo questa pratica ancestrale ad oggi si sta sempre più allontanando dalla sua vera essenza venendo sempre di più brutalmente commercializzata.

Che opinione hai della tecnica a bacchetta per te che provieni dalla classica macchinetta ad aghi? Pensi che dia una dimensione più “ancestrale” al lavoro del tatuatore oppure, appunto, è solo una tecnica importata dai maestri polinesiani?
Guarda, sono appena tornato dalla Polinesia dove ho passato un mese a stretto contatto con un caro amico Samoano conosciuto quasi vent’anni fa, che nel frattempo è diventato “Tufuga Malofie”, ovvero un maestro specializzato nei tatuaggi tradizionali samoani eseguiti a bacchetta. Grazie a lui sto imparando un’arte antichissima e complessa, partendo dalla costruzione stessa delle bacchette in legno e degli aghi, che in origine erano in osso o denti di facocero.

Un sapere che oggi pochissime persone possiedono, pure tra i Tufuga stessi. La tecnica tradizionale, in ogni caso, ti riporta indietro nel tempo! Praticarla è una sensazione quasi magica, che rende il tatuaggio ancora più autentico. In un’epoca dominata dalla tecnologia e dalla velocità, tornare a una pratica così primordiale, profonda e rituale restituisce fascino e significato al gesto del tatuare.
Ho definito il tuo studio privato milanese, il ‘Wallace Tattoo Studio’, una vera e propria oasi artistica, sia per come è arredato che per il senso di pace che riesce a trasmettere a chi lo visita. Quanto vai orgoglioso di un luogo del genere situato in una Milano, quella attigua a via Padova, scevra dalle mode metropolitane?
Mi fa molto piacere sapere di avervi trasmesso un senso di pace, perché è esattamente ciò che cerco di ricreare nel mio studio (IG: @wallacetattoostudio). Passo intere giornate a stretto contatto con persone che mi fanno stare bene e che cerco, a mia volta, di far sentire a proprio agio, nonostante il tatuaggio sia una pratica dolorosa.


È un aspetto fondamentale per me. È un concetto che sento di condividere con i popoli polinesiani, soprattutto quelli samoani e maori, dai quali ho imparato quanto sia importante l’energia che circola durante questi momenti così significativi, derivante dalla vicinanza fisica e spirituale delle persone a te care durante il rituale.
Il tatuaggio dovrebbe essere sempre vissuto nel modo più sereno e positivo possibile.
Ti va di salutarci con una frase polinesiana? Noi di Tattoo Life ti auguriamo semplicemente altri trent’anni di tatuaggi e belle esperienze in giro per il mondo…
Grazie! Allora vi saluto con una frase in lingua Maori “Te aroha me te whakaute” che vuol dire “amore e rispetto”: due semplici parole che rappresentano valori per me assolutamente fondamentali.
Segui il ‘Wallace Tattoo Studio’ su Instagram: @wallacetattoostudio

















