Milano, e il mondo del tatuaggio tutto, piangono la scomparsa di una delle voci più singolari e luminose di sempre. È scomparso ieri, nella sua amata Brera, nel cuore di Milano, Gian Maurizio Fercioni: artista, tatuatore, scenografo, costumista e figura carismatica che ha segnato con discrezione e talento oltre cinquant’anni di immaginario italiano.
Fercioni è stato molto più di un tatuatore ante litteram: è stato un costruttore di mondi. “Sono un dandy da sempre, con tre grandi passioni: vela, teatro, tatuaggio” ci aveva detto parlando di sé. E così è sempre stato: un lord con i baffi in su e uno stile inconfondibile.

Con il mare addosso, che gli era entrato nell’anima girando per i porti d’Europa, dove c’era la vita vera, quella senza fronzoli che t’impregna di sé, la lettura dei grandi classici come Melville e la capacità di trasformare in segno idee brillanti sprazzi di genialità che solo pochi riescono a condividere come ha fatto lui.
Tutto questo bagaglio, unito al grande amore per il teatro, Fercioni lo ha declinato nel micro e nel macro: nelle scenografie di opere per i grandi Teatri internazionali, tra cui La Scala di Milano, come nelle sirenette, nei cuori e nei teschietti che tatuava in soli outline a chi si siedeva sulla sua poltrona. Nessun interesse per le etichette e per la tua carreira personale, quando eri davanti a lui, i suoi occhi ti mettevano a nudo e ti coglievano in un istante.



In un’epoca in cui il tatuaggio era ancora una pratica marginale, spesso fraintesa, lui lo ha restituito alla sua dignità di arte antica, rituale, simbolica, profondamente significativa. Ha reso il tatuaggio un linguaggio visivo complesso, capace di dialogare con la pittura, la grafica, l’antropologia. Il suo tratto, preciso e intriso di cultura figurativa, ha definito uno stile personale che rimarrà punto di riferimento per generazioni di artisti.

Nel suo Queequeg, lo studio museo di Brera, la bottega in cui Gian Maurizio aveva ricostruito il suo piccolo mondo, sono passati tatuatori, studenti, curiosi, intellettuali, attori, amici: Fercioni accoglieva tutti con il suo tono ironico, e ogni incontro diventava lì un’esperienza di crescita personale per chiunque.

Parlare con lui significava fare un viaggio attraverso storie di teatro, viaggi, libri, tribù lontane, e nel cuore pulsante di una Milano che cambiava ma che lui sapeva leggere con lucidità, come una figlia adolescente, a cui si sta accanto senza perderla d’occhio. Negli ultimi anni aveva continuato a lavorare, studiare, raccontare il tatuaggio come forma d’arte totale, con la stessa curiosità instancabile che lo aveva accompagnato per tutta la vita.

La sua scomparsa lascia un vuoto profondo non solo nel mondo del tatuaggio, ma in tutta quella comunità creativa che lo ha conosciuto e amato come artista, maestro, amico. Resta la sua opera, resta il suo esempio di intelligenza e di libertà rara, in questo suo essere sempre Gian Maurizio Fercioni per tutti.

Vogliamo salutarlo con le sue parole, lasciando che ve lo immaginiate con la sua pipa in bocca nel suo Queequeg come quando abbiamo fatto questa intervista con lui, anni fa, che lo descrive in tutta la sua personalità e umanità fuori dal comune.
Sono un dandy da sempre, con tre grandi passioni: vela, teatro, tatuaggio.
La passione per la lettura, per i romanzi d’avventura e per la vela. La vita in giro per il mare, da giovane ‘vagabondo’, prima tra i porti più importanti d’Europa e le zone malfamate delle città dove sbarcava, dove ‘c’era la vera vita’ che sa di qualcosa e che ti impregna di sé. Tra teatri, botteghe di tatuatori dove l’igiene era un’altra cosa e dove le prostitute erano le regine di cuori. E nei teatri, la somma passione, dove lavorava come costumista e scenografo. Questo è il suo bagaglio personale e oggi Gian Maurizio Fercioni si presenta così: uno stronzo da sempre, un dandy, un tatuatore che si emoziona e che come Queequeg fuma la pipa, calumè della pace e ascia di guerra allo stesso tempo. Come mi ha raccontato in questa lunga e bellissima chiacchierata in cui si salta dai social, al marketing, all’amore nello spettro più disparato di sé.
Un racconto che non ha un inizio e una fine o un ordine cronologico, ma che è quel fiume di emozioni che assale chiunque entri nel suo studio/museo in Brera a Milano: vi portiamo al Queequeg, un nome che in tanti conoscono ma che forse, seguendo quanto dice lui, forse in tanti dovrebbero visitare!

Sei sui social?
Io no, ma non per polemica, perché è una perdita di tempo.
Dimmi un po’ cosa ne pensi.
Prima cosa penso che abbia fatto male al tatuaggio, perché questa divulgazione di ‘cose’ fa sì che la gente viene da me solo apparentemente più consapevole. Mi dice: “vorrei questo” e mi mostra qualcosa preso sui social, internet o quelle cose lì. E io gli faccio notare che quella stessa cosa ce l’ha un sacco di gente al mondo. Ossia cerco di spiegare che il tatuaggio deve essere una rappresentazione di se stessi, nel bene e nel male. Fare una cosa così allineata, ha fatto sì che il tatuaggio divenisse un fenomeno piccolo borghese. Allineamento totale e basta. Una volta uno si tatuava per uno spasimo d’amore o di odio… Era solo suo. Era una cosa che lo rappresentava nello stato onirico del bene. Io sono stato a bottega dai vecchi e quindi ricordo sempre che Hoffman diceva che il tatuatore ha solo il dovere preciso di fare riaffiorare sulla pelle gli incubi, o gli amori, di una persona. Come se fosse già tutto lì e il compito del tatuatore fosse solo quello di farli emergere sulla pelle. Era un mondo di filosofie e di atti poetici puramente artigianali. Mica come oggi…
Oggi com’è?
Oggi mi fa ridere questo mania di parlare e di appellarsi ‘artist’ ‘artist’… Ma dove?
Ma che artist?
Sarà il pubblico a dire se sei o no un artista. È come quello che si fa passare per conte, nobiluomo o che si vuole far chiamare dottore… Sono tutti appellativi usati dai leccaculo. Eppure alla gente piace farsi chiamare così, perché la gente non si rende conto di essere allineata.
Fuck the world
Una volta sì che il tatuaggio era fuck the world… Mica come oggi che non sai nemmeno cos’è il tatuaggio e ti tatui mani, collo, faccia, solo per darti un tono… Io le scritte sul culo pensa che le ho imparate in Inghilterra perché lì è un classico, soprattutto degli scozzesi – e lo fanno anche davanti alla regina –. Quando si fa la foto di gruppo si alzano il kilt e mostrano la scritta fuck the world. Quando facevamo le regate e riuscivamo a passare sottovento una barca – cosa che è difficile perché passando sotto vento la barca sopra vento cammina di più – allora tutti con il culo di fuori. Il mio ero senza tatuaggi allora, però poi mi sono sfogato per bene! Mi sono scritto Keep Calm: la frase di Churchill Keep calm and carry on agli inizi della seconda Guerra Mondiale quando bombardarono Londra. La cultura inglese e scozzese era fortissima nel tatuaggio e nel trovare motti. Erano trasgressivi e divertenti e le scritte erano molto personali. Sicuramente non si scrivevano tutti le stesse cose come oggi! Il tatuaggio sì che era trasgressione, altro che allineamento!
La gente che viene da te lo capisce questo?
Sì, io spero di metterli in uno stato di coscienza. Di indirizzarsi per trovare un loro significato nel tatuaggio. Ovviamente un’indicazione da parte loro mi serve, certo, ma poi il tatuaggio lo faccio con la mia cultura e la mia sensibilità. Nel mio modo artigianale, eseguendolo in maniera corretta mettendoci quel tanto di poetica dentro. A me piacciono moltissimo gli outline, sono il mio tratto.
Perchè gli outline?
Perché sono come la calligrafia di una persona: capisci se uno è isterico, i suoi turbamenti etc. Gli outline per me devono avere un’energia della madonna. E l’energia in un tatuaggio ben fatto, anche se piccolo, deve avere la sua grinta. Una sirenetta di un centimentro e mezzo deve trasmettere qualcosa, una volontà. E diverrà più importante e potente di una schiena intera. Io mi emoziono a guardare i tatuaggi che parlano. Ti racconto questa: una volta in stazione a Napoli c’era un uomo sdraiato sul marciapiede: dalla manica della camicia gli spuntava un tatuaggio: pugnale e serpente e la scritta Carmela ti odio. Capivi subito perché era ridotto così questo poveretto. Un tatuaggio così ti genera un’emozione geniale. A Parigi, alla prima convention organizzata da Tin Tin, facevo parte della giuria. Si presenta un ragazzo con un fisico pazzesco, un carcerato, che sulla schiena aveva un Cristo di Dalì – quello sospeso in aria con i chiodoni – rifatto a mano sulla schiena. Il livello di grinta era pazzesco. Sono rimasto sbalordito. Ma non ha vinto lui, no, hanno scelto di fare vincere uno con una tigre su una gamba perfettissima. Ecco, così cominciava la decadenza del tatuaggio. Guarda ad esempio Pollock: guarda il diverso uso dei pennelli, anche quando versa le latte vedrai che c’è dell’intensità anche lì. È il gesto che conta, lòa grinta che usi, la passione. Pollock non arriva mai all’autocompiacimento. Così erano i tatuatori con cui mi interfacciavo allora: nessun divo, tutti con esperienza d vita e la capacità di arrangiarsi.
Ho avuto la fortuna di conoscere Don Felix, un grande tatuatore, e con lui abbiamo avuto uno scambio di grande tenerezza poetica: lui all’inizio aveva un po’ di diffidenza, perché mi vedeva vestito all’opposto di come era vestito lui, da vero hippie, e io passavo da vero dandy. Un vero hippie e un vero dandy mettili insieme non c’azzeccano nulla! E invece, bene o male, coincidevano le cose. MI ricordo che una volta siamo arrivati da loro con un bel mazzo di rose – alle quali lui si premunì subito di togliere il verde perché gli metteva ansia – e abbiamo deciso di ascoltare un po’ di musica insieme. Abbiamo messo su un disco di rumori di moto e le abbiamo riconosciute tutte sia io che lui! Apparenza diversa, ma sostanza la stessa: biker tutti e due, abituati a viaggiare, ambulanti – lui aveva vissuto a Goa – mantenevamo entrambi la nostra cultura. Qualunque cosa gli mettevi in mano lui sapeva tatuare. Da hippie come riparava la moto così riparava le macchinette. Era una generazione di tatuatori lontani dalla moda, lui, Jocks, Hoffmann… erano i precursori e il mondo civile del tatuaggio moderno. Anche lui aveva una rotativa di Jocks come me.
Grandi personaggi che condividevano, non c’erano segreti, si era generosi con quest’arte. E con chi si tatuava si instaurava un bel rapporto di fiducia, un bel feeling. Ho avuto il grande piacere di avere qui ospite a casa mia Paulo Sulu’ape, poco prima che lo uccidesse la moglie, e con lui parlavamo delle vibrazioni che muovono il tatuaggio. E allora mi ha tatuato e ho potuto conoscere la tradizione del tatuaggio samoano. Tra ttauatore e tatuato si deve instaurare un feeling perfetto, come ingranaggi di una macchian che sono l’uno legato all’altro: uno tira la pelle, l’altro batte e tu tatuato respiri.
In che senso respiri?
Mi hanno insegnato che mentre vieni tatuato devi esclamare due sillabe: PU e KA. Pu per contrastare il ventre e KA per rilassare e scaricare. Con questo sistema di ‘respirazione’ si va all’unisono, si segue lo stesso ritmo e non senti sofferenza. All’inizio sì, ma poi entri in una sorta di rilassamento, ti senti tirare ma non provi male. Ti senti cullato. Io mi sono addormentato. E la stessa cosa la dico io, alla mia maniera però.
Qual è?
Intendo dire che per fare un buon tatuaggio devi essere positivo tu, tatuatore, e chi è sotto di te. Allora il risultato sarà un beneficio per l’anima e un appagamento estetico che non rinnegherai mai. Se ci sono dei contrasti, allora c’è qualcosa che non è ‘in buon anima’. E questa cosa io la dico sempre, soprattutto alle donne: guarda che fare un tatuaggio è come scopare. Si scopa in due: tu ne devi trovare la tua gioia e lui deve trovare la sua. E tutti e due insieme fate all’amore. Perché altrimenti è come farsi delle seghe. E rimane una sega. Certi tatuaggi rimangono delle ‘segate’ come dicono in Toscana dalle mie parti. Che mi rappresenta? E buona parte dei tatuaggi che vedi in giro, di grande esibizione tecnica, non hanno sostanza. Che mi rappresenta uno stampino ben fatto? Non ha grinta e anima. Senza essere melensi, credo che ci siano tatuaggi che raccontano l’amore molto meglio di tante parole.
A Marsiglia mi hanno sparato per questo maledetto mio modo di vestirmi. (ritratto di lui in piedi in studio).
Perchè?
Perché la malavita locale credeva che fossi uno in avamposto della mafia italiana che voleva rubargli il movimento delle troie. Io invece ero lì perché lavoravo in teatro, per la navigazione (aspettavo di trovare una barca per andare al nord) e per il tatuaggio. Tatuavo da Alen e tatuavo tutte le prostitute, delle carogne simpaticissime, amavo tatuarle. Le tatuavo io perché Alen non voleva fare ‘sgarbi’ alla moglie da cui era ossessionato. Aveva uno studio incredibile… tappetino di ciniglia di quelli del Cairo e scrivania da ufficio banalissimo, divano sfondato verde e moquette verde. Poi c’era un arco che divideva dalla cucina. Il rituale era che tu arrivavi e lo trovavi o sulla porta o dentro e lui prendeva il tappetino lo sbatteva fuori, lo metteva sulla scrivania apriva un foglio di giornale e quello era il suo tavolo. Calamaio e inchiostro e via andare. Sgarrava la gente a dei livelli assurdi eppure era una dimensione in cui gli anticorpi erano un’altra cosa. Io ero nel quartiere delle troie e stavo bene. Non ci sono donne più igienizzate delle troie. Quelle di Amburgo io le conoscevo tute. Ce n’era una con lo stringivita, guepierre, cinquant’anni. (foto della donna) Sempre a lavarsi con questi bidet che poi scaraventava l’acqua giù dalla finestra o ci bagnava i fiori. Moltissime erano italiane, greche e turche. È stata la prima volta che ho visto questo tatuaggio sociale antico delle puttane di Venezia: le mutande e i guanti. La simbologia di distacco dall’uomo. Che poi è rimasto nel dire comune: lo facciamo col guanto o senza? Un ragazzo a quell’età si divertiva un sacco. In generale nella mia vita mi sono divertito e mi piace poter pensare di essere di esempio. Vorrei essere per i giovani un punto di riferimento. Vorrei renderli coscienti perché più sai e più vuoi sapere. I tatuatori non dovrebbero andare a queste cavolo di scuole, ma ascoltarsi, ascoltare. Oggi hanno internet con cui possono veramente cavare memorie di tutto. Io ho avuto la fortuna di potere parlare con gente come Hoffman. Tutte le cose che so sul tatuaggio marinaresco ad esempio, le so perché ho navigato e non mi chiamo ‘Sailor’. Mi fanno ridere quelli che si fanno chiamare Sailor e al massimo sono del Lago di Garda. E quei tatuatori ventenni poi che sui biglietti da visita scrivono la data dell’apertura dello studio anticipandola di venti o trent’anni. Mah…
Teatro
Ma perchè avevi iniziato a navigare?
A 17 anni andai via da Milano per la passione della barca a vela. E a Viareggio (Toscana) conoscevo delle persone che erano broker e combinava i trasferimenti di barche costruite in cantieri del nord al Mediterraneo perché gli italiani erano dei bravissimi ebanisti. Per cui io trasferivo queste barche. Navigavo senza niente, giusto l’amaca per dormire, dei motorini elettrici che si attaccavano sull’asse giusto per le manovre maggiori, perché i motori erano nuovi e quindi sigillati. Venivamo dalla Norvegia, partivamo da Oslo, facevamo la Manica, il golfo del leone e entravamo dallo stretto in Mediterraneo. Io nella tradizione mia del tatuaggio avevo un po’ i ricordi di questi posti qui. In ogni porto mi facevo un tatuaggio. Quando partivo da Amburgo arrivavo a Marsiglia e cercavo una barca da portare via. Scendevo a terra e lì facevo teatro e tatuaggi. Facevo lo scenografo e il costumista.
Da quando?
Lo faccio dal ’70 da quando sono uscito dall’accademia di Brera. Il primo spettacolo è stato alla Scala, poi ho lavorato al Piccolo, sono stato uno fondatori del Franco Parenti e poi ho lavorato e ancora fortunatamente lavoro con i maggiori teatri d’Europa per la prosa e per la lirica. Mi ha sempre divertito farlo, la mia vita è da sempre navigazione, teatro e tatuaggio. E il teatro era il perno di tutta la situazione. Vivevo da dio. Portieri d’albergo, barman, ristoratori, quando ero a terra in una città durante la navigazione o stavo facendo teatro, quando tiravo su le maniche mi chiedevano di essere tatuati.
Il ‘mulino’ di Hoffman
Io vengo da una cultura vecchissima, ho imparato a fare i colori da Hoffman. Pensa che lui prima di morire mi voleva regalare il mulino.
Il mulino?
Sì era era una macchina tipo distributore delle vivande del cinema, che macinava le polveri in maniera super sottile. Quindi lì ho imparato a farmeli da solo. E me li faccio tuttora. I colori me li sono sempre fatti da solo. Ho scoperto tramite la National, la storica convention americana, che in Italia c’era la CIBA farmaceutica e la Hoekst che facevano questi pigmenti vegetali e minerali che venivano (e tuttora vengono utilizzati) per colorare gli alimenti. E così faccio ancora oggi con i pigmenti. MI faccio i colori e me li provo addosso. Normalmente è glicerina, acqua distillata e pigmento. Ho un medico mio amico che mi segue. Guardo se reagiscono o cosa fanno. Te lo dico io, i colori fondamentali sono quattro: giallo blu rosso nero. Oggi si usa anche il bianco perché ha un buon fissante, prima non rimaneva niente addosso.
Il resto è tutto mercato. È questione di ‘marketing’ per usare un’espressione attuale. Altrettanto vale per le macchinette: una volta era una sola, venerata, alla quale cambiavi aghi e puntale. Io ho cominciato facendo le macchine, la prima me l’ha regalata Jocks, era una rotativa, la macchina più vecchia che sia mai stata fatta. Si faceva anche in galera. Oggi impazziscono per la rotativa, per delle cose vecchissime che mi fanno ridere. Io ancora oggi mi modifico tutte le macchine da solo: corsa lunga con l’ago che esce un casino e che fa un male della Madonna. Non mi piace il fermo naturale intorno al puntale. E il tratto di questi tatuaggi che si vedono in giro è sempre uguale. Insomma è un mondo che mi si sta avvilendo tra le mani. Mi diverte perché la clientela è ancora bella, ci sono i vecchi e gente che si è sganciato da questioni sociali. Ho un amico, ad esempio, che ora che è tatuato è la star del porto di Riccione ed è acquistato un fascino che lo ha cambiato. È gente che della vita ha avuto e ne ha saputo di tutti colori.
Convention
Tutto marketing. Un buon tatuatore una volta le macchine non le compravi, facevi a cambio, e ti parlo degli ultimi anni Settanta, primi Ottanta. Ah che ricordo che mi viene: la convention organizzata da Miky Sharpz e Lionel Tichner, vicino a Birgmingham, Kenilworth convention fu quella in cui si picchiarono a morte loro due perché entrambi fabbricavano macchinette ma decisero di accordasi e di non venderle. Poi dei tatuatori sono andati da Mikiy a chiedergliele e lui le ha vendute: quindi delirio. Fu molto divertente! Un po’ come la convention di Milano organizzata da me, nell’86 quando si sono picchiate 300 persone in un teatro in Porta Romana. C’erano punk, skin, centri sociali… otte da orbi a tutti. Allora erano loro che fruivano del tatuaggio. Allora io lavoravo nel mio vecchio studio in via Formentini, un giorno sì e uno no avevo la polizia. Però era bello il mio studio, piaceva a tutti, perché sembrava di essere in una barca. Quindi io pubblicizzai a tutti loro la convention. Quindi dark, punk, skin, gruppi alternativi e centri sociali, un mix esplosivo. Che infatti è esploso il secondo giorno per una scintilla che ha aperto le danze. Il teatro era distrutto. Credo sia stata l’unica volta nella storia del tatuaggio che un organizzatore sia andato totalmente in perdita!
Era un altro modo di fare convention… Si andava per socializzare, mica come adesso che manco ti guardi in faccia, ti sbirci… Il primo giorno si stava tutti insieme – cosa che oggi nelle convention non succede più – era piacevole perché si faceva un pranzo e poi alla sera iniziava a fluire il pubblico. E c’era gente con ragnatele sulla testa che allora sì che avevano un senso. Oggi invece sono dei cacasotto e si tatuano le ragnatele per darsi un tono. Tutto questo fa parte del mio bacino culturale, anche fare a botte. Quando ci si fermava nei porti si andava nei bar solo per quello cosa credi? Era una cosa normale. Adesso invece mi viene tristezza a guardare i negozi dei nuovi tatuatori. Copiano, non hanno nulla da raccontare della loro vita, come se non avessero un baglio di esperienze dietro di loro.
Moby Dick e le donne
Guarda questi tatuaggi, queste sono mostruosità ma ne vado fiero. Questo è un tatuaggio fatto a Horn, Olanda, è sopra Amsterdam. È stato fatto a un ago, devi sentire che male. Sarà stato quando avevo vent’anni. Navigavo, facevo teatro, imparavo la vita. Poi quando ho incontrato Luisa e ho fatto i figli ho fatto il padre. Ma le mie passioni mi seguono sempre, il teatro i tatuaggi e la mia barca a vela, bellissimo gioiellino, una barca stupenda. E sono sempre rimasto lo stesso dandy di allora. Sono sempre passato da stronzo. Sì, sono uno stronzo, perché è un ruolo che mi piace perché è divertente. Il mio essere stronzo non si cela dietro le sembianze. Come fa capire Melville in Moby Dick, mai fermarsi alle apparerenze.
Quando lo dice?
Quando Queequeg – personaggio che amo follemente e al quale mi sono ispirato per il mio studio – arriva a Nantucket, perché lui principe Maori e scappato e vuole imbarcarsi, non trova navi viene ospitato da un oste che gli dice che ha se vuole ha un posto dove dormire. Lui entra nella camera e la persona che c’è dentro si terrorizza, perché lui tutto tatuato con la pipa e un’immagine votiva si piazza lì. Sai tra l’altro che la pipa è in alcune tribù indiane il simbolo dell’ascia di guerra e del calumè della pace? Che libro… E pensa che c’è gente che cita la grande balena bianca e non ha mai letto quel libro. Ignoranza e finzione.
Queste cose le impari solo se leggi, perché la cultura è come l’amore. Va saputa bene. C’è gente che si appropria della balena bianca senza avere nemmeno mai letto Moby Dick. A me piace leggere vecchi libri che rileggo anche più volte, Melville, Stevenson… Mi divertono quelli di costume sociali e di intrighi. Nella mia vita mi sento molto vicino a Stevenson per Dr. Jeckyll and Mr Hyde. Ho scritto una commedia che è Dr. Jeckyll and Mss Hyde: quante volte un uomo sincero non ha sognato di essere una donna? Io sono cresciuto in una famiglia con delle donne fantastiche, c’era grande ironia. Erano tutte elegantissime. Le donne mi hanno sempre affascinato. Mio nonno aveva questa sartoria di moda molto importante a Milano nel ventennio fino agli anni Sessanta. E forse da lì viene il mio amore per le donne, per il mio lavoro di costumista a teatro e per l’eleganza.
Mi racconti qualcosa dei cimeli che vedo in giro?
Questo è un cimelio che ho trovato in India: una maglietta con dei simboli di tatuaggi. Sono i simboli che gli inglesi dicevano rendere invincibili i guerrieri dell’esercito reale. Sai cosa facevano quei farabutti? Gli mettevano addosso questa maglietta, gli sparavano a salve e così i guerrieri andavano a combattere convinti di essere immortali. Sono tante cose strane… Sono la storia del tatuaggio. Io ad esempio mi sono fatto tatuare lunga la schiena gli stessi tatuaggi di Oetzi e mi è passata la sciatica alla gamba destra. Quelli di Oetzi erano tatuaggi terapeutici e un mio amico medico mi ha spiegato che è così: che è la stessa cosa. Sono cose strane che iniziano ad essere appetibili oggi agli antropologi. Gli Ainu ad esempio avevano un legame con gli Aida: la bocca blu tatuata alle donne perché non vi entrasse il demonio è la stessa ed è legata al loro essere nomadi ed essere passati dal nord della Russia al Canada.
C’è una parte del mondo che ti affascina di più?
Mah… no, non direi. Adesso la Luisa sta facendo una ricerca delle mummie brasiliane e ha dei collegamenti col Giappone stupendi.
Questo è il tuo grembiule storico…
Ne ho due uno è pesantissimo. Tutta roba che riguarda cazzate: motociclismo, pugilato, tatuaggio, roba di mare, le mie passioni… le trovavo in giro per il mondo o me li regalavano. Questo è un osso umano. Ma sei stata in bagno? Guarda ti faccio vedere la mia collezione di vecchie foto di quando tatuavo le prostitute a Marsiglia: guarda questa, si è fatta tatuare una mutanda ricamata a cazzini. Ero rozzo. Facevo anche piercing, li facevo negli studi in piedi. Mano sicura senza emozioni. Un altro mondo, senza guanti senza altro… le prostitute erano un mondo meraviglioso e la donna comunque vince sempre. Che personaggi meravigliosi… (foto di lui in bagno)
Poi c’era tutto il gergo del tatuaggio dei marinai.
Se avevi due rondini maschio voleva dire che eri gay e inchiappettato la prima volta. Se avevi un maschio e una femmina eri accomodato e se avevi due femmine eri un porco. E allora venivano tutti con te quando si sbarcava a terra perché sapevi dove andare. Un giorno mi entra uno tutto bullo patetico e mi dice che voleva un tatuaggio classico. Mi dice che ha già un tatuaggio e mi fa vedere due rondini maschio. E gli dico che è gay. E lui non sapeva neanche niente di questo vecchio lessico dei tatuaggi. Del vero gergo del tatuaggio! Cosi come le pin up. I vecchi marinai che non mostravano mai i propri tatuaggi quando giocavano alle carte si ritrovavano a giocarsi la pin up nuda. Erano importanti quelle che muovendosi sculettavano. Poi ce n’era una classica che io facevo ‘ai buongustai’ che con il movimento del braccio si metteva a pecorina. E per gli ancora più raffinati: dietro alle spalle c’era sempre una nuvoletta o una luna. Sembrava una cosa garbata e romantica ma vista assieme a seconda del movimento del braccio, in realtà era la pin up che scoreggiava! Tutte cose che i giovani non sanno neanche. Non si interessano. Il tatuaggio oggi è un mezzo per fare le dive. Che disastro…












